Pavlova. Magnifica Anna.

Magnifica Anna. Lucente e straordinaria Anna.

Un passo in punta per saggiare il mio peso. Un passo a sinistra per occupare tutto lo spazio. Un movimento impercettibile del braccio per trovare la posizione perfetta.

E l’odore della polvere posata come una falena sul velluto del sipario ancora chiuso.

Il legno delle assi, che scricchiolano ad ogni minimo accenno di movimento, si mescola al vocìo delle persone in sala e a questo cannone che ho nel petto.

Il momento è quasi arrivato, presto sarò faccia a faccia col mio pubblico, il direttore d’orchestra tocca il leggio con la bacchetta tre volte.

E poi, la musica che invade, mi bracca, mi assale, la domino.

Ho passato la mia vita esile danzando in luoghi in cui la danza non sarebbe mai nemmeno arrivata se non fosse stato per me, ed ora che non danzo più, un faro illumina il palco nudo seguendo quel vuoto che ho lasciato.

 

La Pavlova ha però una storia bellissima, che vale la pena citare. La tradizione vuole che sia stata creata da Berth Sachse, pasticciere australiano innamorato della ballerina classica Anna Pavlova che si trovava nel negli anni ’20 del ‘900 in tour proprio tra Australia e Nuova Zelanda. Pare che la danzatrice alloggiasse nell’hotel in cui Berth lavorava come pasticciere e che vedendola rimase talmente incantato dalla sua grazia e bellezza che decise di creare questo dolce in suo onore: bianco come il tulle, leggero come una danza e con un tocco di colore rosso a simboleggiare la passione.

Anna Pavlova portò la danza in luoghi dove probabilmente non sarebbe mai stata mostrata in precedenza, e quando si ammalò e morì successivamente di polmonite, si trovava alle prese con uno dei suoi spettacoli.

Come da tradizione teatrale, lo spettacolo la sera andò in scena ugualmente, ma durante gli assoli che avrebbe dovuto sostenere la prima ballerina, un faro illuminava il palco vuoto seguendo i movimenti di una danza invisibile.

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ricetta pavlova

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